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Liste D’attesa

In fila per tre (mesi) questo è il titolo apparso a caratteri cubitali su “Corriere Salute” di domenica 13 marzo 2011 e subito sotto: Liste d’attesa: un italiano su quattro aspetta più di novanta giorni per un ricovero.

Proprio nelle liste d’attesa si scarica l’indignazione e talora la rabbia di malati e parenti ignorando che la Sanità offre ad ogni cittadino di tutto e di più. Dobbiamo altresì considerare che la popolazione da curare è in continuo cambiamento con un trend anagrafico in continua crescita e quindi a rischio di una maggiore morbilità.

Si calcola infatti che gli over 65 rappresentino circa il 15% di tutta la popolazione, di questi il 20% è in condizioni di disabilità parziale, mentre il 5% in condizioni di disabilità lieve. In questo contesto, la sanità è costantemente sollecitata dalla richiesta di prestazioni siano esse ambulatoriali, siano esse di ricovero e cura ed è inevitabile che si creino le liste d’attesa.

Indubbiamente queste liste d’attesa, in molti casi sono troppo lunghe soprattutto per quanto riguarda gli esami radiografici, ma la ragione spesso è legata al fatto che in alcuni Reparti si lavora troppo e la qualità delle prestazioni crea l’ingorgo, mentre in altri si lavora troppo poco!

Se però analizziamo il problema con obiettività ci rendiamo conto che esiste un Servizio Sanitario che assicura la diagnosi e la cura in tempi ragionevoli avendo previsto, sul territorio, numerose strutture private convenzionate a cui il cittadino può accedere con la semplice impegnativa del proprio medico di base sia per l’esecuzione di esami ematochimici sia per l’esecuzione di esami radiografici di qualsiasi natura: dalla semplice radiografia del torace, all’ecografia, alla Risonanza Magnetica Nucleare, per non citare il CUP, altra possibilità offerta al cittadino di poter eseguire un esame più celermente in una stuttura del territorio. Purtroppo anche in questo caso si ha spesso il malcontento dell’utente perché vorrebbe avere tutto sotto casa.

La creazione del day hospital, del day surgery e dei ricoveri brevi ha snellito notevolmente le liste d’attesa per i ricoveri che si aggirano intorno ai 30 giorni, per l’area oncologica, dalla diagnosi al ricovero per un provvedimento chirurgico.

Il ministero della Salute non è insensibile di fronte a questo problema tant’è vero che a novembre del 2010 sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le linee guida che prevedono 4 gradi di priorità:

U = urgente, da eseguire entro 72 ore

B = breve, da eseguire entro 10 giorni

D = differibile, entro 30 giorni per le visite, entro 60 giorni per le indagini

P = programmata, tempi non precisati, ma generalmente intorno ai 180 giorni

Se si ha uno sforamento dei tempi il paziente ha diritto alle cure intramoenia a totale carico dell’ASL

Purtroppo molte regioni non comunicano sul Web queste disposizioni, mentre la regione Lombardia lo fa puntualmente e, ad esempio, sul sito dell’Azienda Ospedaliera Ospedale Civile di Legnano (ospedali di Legnano-Cuggiono-Magenta-Abbiategrasso) vengono riportati in maniera particolareggiata i tempi di attesa dal primo accesso al controllo riportando i tempi massimi di riferimento e le classi di priorità.

E’ possibile ridurre questi tempi di attesa?

Io penso di si, in due modi: ottimizzando la medicina di base e arginando il fenomeno della cosidetta medicina difensiva.

L’ottimizzazione della medicina di base si può ottenere con la realizzazione di ambulatori di medici di famiglia che restino aperti 24 ore al giorno, 7 giorni su 7; gli studi non chiuderanno mai, i cittadini troveranno a tutte le ore del giorno e della notte qualcuno che li visiti o prescriva loro un farmaco, che vada a visitarli a casa o magari li rassicuri per telefono. Questa organizzazione tra l’altro, ridurrebbe drasticamente le lunghe file e gli intasamenti dei Pronto Soccorso.

Questo sarebbe il cambiamento più significativo della medicina del territorio il cui schema è già stato disegnato da tempo e si basa sulle cosidette “AFT” cioè: Aggregazioni Funzionali Territoriali dove grandi ambulatori ospitano numerosi medici che, a rotazione, garantiscono un servizio continuativo di giorno e di notte con la possibilità di avere accesso ai dati del paziente tramite computer ed attraverso lo stesso strumento fissare direttamente gli appuntamenti per visite ed esami segnalandone la priorità.

Come considerazione personale ritengo che questa “rivoluzione” porterebbe ad una umanizzazione della figura del medico di famiglia, risvegliando gli antichi principi degli antenati condotti e, ne sono certo, farebbe la felicità tanto dei pazienti quanto dei medici che ritroverebbero una centralità di cura troppo spesso demandata a specialisti di strutture ospedaliere.

Un discorso a parte merita la cosidetta Medicina Difensiva che, con prescrizioni che potrebbero essere evitate, allunga le liste di attesa ed incide in maniera considerevole sui costi.

La procedura diagnostica dovrebbe essere questa: mi trovo di fronte a questa sintomatologia, i rilievi epidemiologici mi orientano verso una probabile diagnosi, chiedo pertanto conferma del mio sospetto clinico agli esami di laboratorio e strumentali. Oggi purtroppo si indaga a ritroso e così la procedura diagnostica che viene seguita inizia con la richiesta di esami ematochimici e strumentali subordinando al loro esito il giudizio finale: la diagnosi.

Questo atteggiamento oltre a dilatare i tempi per giungere ad una diagnosi, allunga le liste d’attesa comportando inoltre un grave danno economico alla Sanità Pubblica calcolabile intorno ai 10 miliardi, vale a dire il 10,5% della spesa sanitaria globale, ciò secondo le stime del Ministero della Salute.

Questo Ministero pretende, offendendo la dignità della professione medica, di arginare questo fenomeno stabilendo quali siano gli esami utili e quelli no, prevedendo altresì sanzioni per quei medici che non si attengano alle direttive. Niente di più sbagliato, la soluzione sarebbe quella di metter i medici nelle migliori condizioni di operatività modificando la giurisdizione della Cassazione che fa rientrare la prestazione medica fra le obbligazioni “di risultato”. In altre parole chiunque può denunciare l’operato di un sanitario senza averne le prove della sua colpevolezza, sarà il sanitario , a denuncia ricevuta, a dover portare una prova negativa, dimostrare cioè che l’evento, motivo del contendere, “non” è collegato alla sua attività professionale.

Probabilmente ci saranno altre situazioni da correggere per accorciare i tempi tuttavia non lasciamoci prendere dal panico e dall’angoscia di fronte alla diagnosi di una grave patologia perché i tempi d’attesa, così come sono previsti e strutturati e che possono sembrare un’eternità, in realtà non determinano l’aggravamento della patologia.

Ho appena terminato di scrivere questo breve articolo sulle liste d’attesa ed ecco comparire su Google news una notizia che smentisce quanto io ho sostenuto: Malata di tumore chiede TAC urgente: rimandata a giugno 2017, questo è successo a Lecce presso l’Ospedale Vito Fazio e subito il Tribunale del Malato, a cui si era rivolta, Tribunale che si alimenta solo di notizie scandalistiche, ignorando tutto il buono ed il positivo della Sanità, cavalca la notizia affermando che questi tempi di attesa biblici e assurdi non si verificano solo a Lecce, ma ovunque in Italia, concludendo: deve cambiare il sistema.

Niente di più falso e tendenzioso, perché è un caso quello successo a Lecce, non è la regola ed i fatti di cui io sono a conoscenza lo smentiscono clamorosamente. Perché non viene dato rilievo al caso di quella paziente e, mi riferisco al caso di una mia parente stretta, affetta da tumore del colon, alla quale, di fronte al sospetto di una progressione di malattia, è stata effettuata una TAC 72 ore dopo la richiesta? Questo è avvenuto in un Ospedale lombardo in provincia di Varese.

Se i media ed i fantomatici Tribunali sindacalizzati vogliono infangare la nostra Sanità mettendo in rilievo, a caratteri cubitali, un caso isolato ignorando quanto di buono e di positivo esiste, non posso che essere indignato di fronte alla loro malafede, di fronte alla loro protervia. Non sanno costoro che noi abbiamo la migliore Sanità ed i migliori professionisti che tutti ci invidiano ? Le mie saranno parole al vento, ma è ora di finirla con questa storia della malasanità che di fatto non esiste. Un caso isolato serve alle testate dei giornali, serve ai sindacati, ma per favore non facciamo di ogni erba un fascio e ridiamo la fiducia ai cittadini, ridiamo la fiducia a chi soffre perché il Sistema Sanità funziona.

Prof. Mario Sgro

Primario emerito di Chirurgia toraco-addominale

Presidente di Mosaico Onlus

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